Storia dell’attività di ceramista

Come nasce la mia attività di ceramista

Dopo aver terminato brillantemente gli studi all’Istituto Statale d’Arte di Chiavari, ho lavorato come volontaria nella bottega del ceramista Gianni Rizzotto imparando i fondamenti del mestiere. È seguito un lungo periodo di sperimentazioni personali in cui ho cominciato a costruire la mia attività di ceramista mettendo come si suol dire pietra su pietra. La tecnica oggi giorno offre molte facilitazioni, ma è spesso causa di superficialità perché dà per scontati molti aspetti del lavoro che chi se ne avvale fin da subito non ha modo di sperimentare e comprendere personalmente.

Io non ho avuto la possibilità di acquistare materiali ed attrezzature specifiche, l’argilla l’avevo trovata in occasione degli scavi per il ripristino di un vecchio pozzo, si trattava di farla seccare al sole, quindi pestarla per poterla setacciare ed eliminare tutte le pietrine e la sabbia grossa. Andava poi rimessa a bagno e ridotta in consistenza plastica stendendola su piastre di gesso o refrattario che assorbono l’eccesso di acqua, infine impastata a mano ed era finalmente pronta per creare i manufatti. Se la plasticità naturale della terra non era sufficiente e tendeva a screpolarsi durante la modellatura, aggiungevo bentonite, come mi aveva suggerito l’anziano e bravissimo ceramista Angelo Ungania di Ruta di Camogli, che mi diede tanti consigli preziosi perché egli nel primo dopoguerra si era preparato da sé tutte le materie prime partendo dagli elementi (allora vi erano poche fabbriche) e aveva fondato a Faenza un’attività con molti allievi. Il mio primo laboratorio fu la nostra baracca in campagna con le pareti di canne e una lunga apertura su di un fianco che faceva da finestra ed illuminazione diurna, la porta di tavolacce lasciava molti vuoti ai fianchi e l’aria circolava liberamente. D’inverno si gelava e alla sera dovevo portare i manufatti in casa per farli asciugare sotto il letto perché talvolta di notte l’acqua ghiacciava anche nella baracca e si sarebbero spaccati essendo ancor umidi. In seguito con mio fratello scultore: www.leonardolustig.it siamo riusciti ad organizzare un laboratorio liberando da legna e attrezzi agricoli una delle stalle al piano terra della casa in cui abitavamo. Vi abbiamo portato la corrente elettrica illuminandola con luci al neon e rifatto il pavimento di grossi ciottoli e terra battuta con una colata di cemento; le mangiatoie delle bestie qui alloggiate una volta (sull’intonaco della casa era ancora leggibile la scritta: “Vaccheria Portofino Kulm), tolti gli argini di tavole marciscenti, ci facevano da mensola e ripostiglio. Qui tra i muri di pietra potevo lasciare i miei lavori anche di notte, ma di giorno si lavorava comunque al freddo d’inverno (con un po’ meno corrente che nella baracca), perché la porta era generalmente spalancata per far uscire i vapori delle cere che mio fratello scaldava su un fornelletto per modellare le sue sculture destinate ad essere fuse in bronzo. Risale ad allora il mio primo grande acquisto: il tornio elettrico e di conseguenza l’esercizio giornaliero per conquistare la padronanza della tecnica del torniante che affiancai ad alcune lezioni private. Quando suonava mezzogiorno ero contenta di potermi recare in cucina ad accendere il fuoco a legna e così scaldarmi preparando il pranzo per i fratelli, dato che i genitori si erano trasferiti lasciandoci il posto nella casa fattasi stretta per tutti noi ormai grandi.

Il laboratorio allestito nella ex stalla al piano terra della casa di campagna

ex laboratorio a S. lorenzo della costa

La nostra abitazione dove si lavorava

casa sul Monte di Portofino

Il forno a gas costruito nel giardino

il forno a gas a S. Lorenzo della Costa

mercatino a S. Margherita L. in piazza Caprera

Esposizione in p.zza Caprera

La cottura delle mie creazioni era risolta con la costruzione in proprio di un forno a mattoni sotto una tettoia di zinchi improvvisata nel giardino. L’ alimentazione avveniva con bombole a gas per mezzo di un bruciatore il cui getto andava regolato ad intervalli per tutto il giorno affinché la temperatura salisse gradualmente. Perfezionammo con mio fratello questo forno per quanto possibile modificando le aperture di entrata del fuoco e di tiraggio in cima, con i tubi del camino che andavano posizionati ogni volta nel foro del coperchio pesantissimo da sollevare per via della malta e dei ferri che ne dovevano tenere insieme i mattoni. L’inconveniente della poca tenuta ermetica lungo tutto il perimetro del coperchio e quindi la dispersione del calore dovevo risolverlo murando ad ogni cottura tutt’ intorno al coperchio a gran spessore con una terra argillosa qualsiasi presa nell’ orto e messa a bagno in un secchio, (d’inverno non era certo piacevole immergere le mani in quella poltiglia gelida); prima di aprire il forno raffreddato rompevo poi a scalpello quello strato di terra indurita dal calore. Imparai a valutare la temperatura ad occhio, guardando attraverso un foro chiudibile praticato al centro della parete del forno. Spesso la cottura durava dal mattino presto fin oltre la mezzanotte e ricordo le lunghe ore passate al buio nei pressi della fornace ansiosa di veder cangiare il colore all’interno per poter spegnere il fuoco, il rombo della fiamma che usciva dal bruciatore accompagnava queste mie veglie e non di rado all’ ultimo dovevo cambiare bombola perché la pressione non era più sufficiente a far salire la temperatura e con l’operazione perdevo minuti preziosi di calore che fuoriusciva e che bisognava recuperare senza esagerare con il fuoco per non bruciare le ceramiche posizionate più in basso. D’inverno il raggiungimento degli ultimi cento gradi che facevano la differenza nel risultato di cottura erano sempre una fase critica: a volte si alzava il vento o scendeva la pioggia e la temperatura non saliva, io stavo tra il contrasto del freddo circostante e lo scottare del forno incandescente, inginocchiandomi continuamente sulla tavoletta posata in terra nella polvere o nel fango per guardare nella camera del fuoco dove l’incandescenza talvolta si avvicinava paurosamente al bianco mentre in cima era ancora rosso ciliegia, segno che la temperatura non era raggiunta. Più di una volta ho fatto trasformare dal fuoco i miei manufatti modellati con tanta cura e posizionati sul piano più in basso del forno, in lava colante e le prime gocce che sentivo cascare con un sibilo nel fuoco mi avvertivano che era più che tempo ormai di chiudere l’erogatore del gas. Talvolta ne uscirono anche risultati assai interessanti e irripetibili.

D’estate Ho quindi potuto affiancare la mia attività con esposizioni all’ aperto e mostre personali in gallerie, nelle località di S. Margherita Ligure, Portofino, Camogli, Rapallo.

Con i primi guadagni il lavoro poteva procedere, accompagnavo l’attività pratica con lo studio di manuali e vari testi di insigni ceramisti e con le visite ai rinomati centri della ceramica italiana: Albisola, Montelupo Fiorentino, Faenza, Vietri, De Ruta e diverse località della Sicilia, dove non esitai a domandare e raccogliere più informazioni possibili sui metodi di lavorazione e a chiedere consiglio per risolvere dubbi e problematiche e ampliare le mie conoscenze. Furono grandi occasioni di viaggio che mi compensarono del lavoro. Poco alla volta potei attrezzarmi un po’ meglio, l’acquisto di un forno elettrico portò ad una grande svolta nel mio lavoro, finché finalmente l’idea di mettere su bottega poté diventare concreta. Fu un tentativo rischioso in cui investii tutte le mie risorse, il risultato di quel primo anno avrebbe segnato il mio futuro. Così nasce la mia attività di ceramista. Da quell’ ottobre del 2000 le mie sperimentazioni si trasformarono in mestiere.

il primo negozio in via Cairoli a S. Margherita Ligure

Il primo negozio in via Cairoli