La fotografia

Io non stimo molto la fotografia fine a sé stessa. È uno strumento intermedio utilissimo in un dato lavoro per il raggiungimento di un certo fine in cui il risultato non ha più niente o poco a che fare con la fotografia che è solo al suo servizio.

Altrimenti la fotografia può essere una interessante documentazione storica del contesto umano o della natura di un passato più o meno prossimo o lontano.

C’è purtroppo oggi la tendenza ad attribuirle un merito che non ha. La si vuole innalzare ad un livello d’arte, quando è invece un prodotto tecnologico che fissando qualcosa lo rende artificiale e mentre inganna i nostri sensi con le parvenze del reale, irrigidisce e uccide sia la realtà naturale che l’opera d’arte che riprende. Ci inganniamo di esserci appropriati con l’atto pratico dello scatto di qualcosa che non siamo stati capaci di vivere in diretta e abbiamo con questa possibilità di fotografare perso un’occasione (e così centinaia), di vivere e gustare un’esperienza che ci poteva arricchire interiormente; riempiamo invece la memoria di un dispositivo tecnologico che non ci porteremo certo nella tomba.

In alcuni casi la fotografia può assumere un altro senso che è assai più raro e non va generalizzato (lo raggiunse negli scatti di qualche fotografo/a professionale diventato famoso/a). Dimostra il momento cosciente di chi la scatta, spettatore di qualcosa in cui altri sono immersi e vivendola in genere non vedono sé stessi ed il contesto come lo potrebbe un attore che pur recitando la sua parte ha la visione sia di sé che dell’intera scena. Il fotografo in quell’istante che precede lo scatto diventa spettatore di fronte alla vita, forse l’unico nel momento di una determinata scena che nessun altro vede con il distacco della sua missione professionale. Nemmeno il passante che magari guarda pure la scena o addirittura si ferma ma diventa anche con il suo guardare parte della scena complessiva perché non arriva a quella coscienza del suo agire, in questo caso del guardare, non vede se stesso e pertanto non è uno spettatore distaccato come può (dico può, perché non è scontato) esserlo il fotografo. Se lo scatto diventa un’abitudine, l’azione del mestiere che mira ad individuare qualcosa per guadagno o altri fini, anche il fotografo con il suo atto, pur riprendendo qualcosa nella cui immagine non rimane inquadrato, diventa anch’egli parte della scena, perché il suo scatto è appunto un gesto di routine che richiede sì capacità di individuazione, inquadratura, giusta illuminazione… tutte qualità intrinseche del mestiere applicate in maniera più o meno eccellente, ma non è quella vera presa di coscienza che precede lo scatto; per tacere delle migliaia di fotografie che vengono attualmente scattate da chiunque con il telefonino ed in genere lungi dall’avere un senso sono soltanto nocive per l’individuo.

In realtà lo scatto si riduce ad essere solo la prova di quelli’istante vissuto coscientemente con una consapevolezza che normalmente non abbiamo nella vita quotidiana e se così non è stato tanto peggio per noi. É qualcosa di molto sottile ed estremamente personale; persino un secondo fotografo che riprende il primo nell’atto di scattare può agire più d’impulso che di vera consapevolezza del suo agire e così se ne può aggiungere una catena dietro in cui forse soltanto uno si distingue veramente e diventa creativo perché raggiunge quella condizione che solo a noi umani è concessa, mentre ogni altro essere vivente ha solo la possibilità di esser parte della natura e coinvolto in ciò che condiziona e scandisce ogni momento della sua esistenza come lo siamo anche noi con le nostre necessità biologiche.

In fondo è meglio non fotografare affatto; oggi giorno in cui la fotografia è ormai troppo diffusa e usata quotidianamente è proprio l’atto contrario che solo può avere l’effetto di rendere consapevoli. Quando ci viene l’impulso di alzare il telefonino per scattare una foto, facciamo un piccolo sforzo e neghiamoci quel gesto, questa rinuncia ci renderà più coscienti mentre guardiamo con gli occhi quel che per pigrizia ci illudevamo di poter mettere in tasca.

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